Sciarpa e cappello, i migliori alleati contro la bora: come difendersi dal freddo a Trieste
A Trieste l’inverno non è mai una semplice stagione: è una prova di resistenza. Qui il freddo ha un nome proprio e un carattere deciso, si chiama bora e non perdona. Arriva all’improvviso, s’insinua nelle ossa, strappa via gli ombrelli e mette alla prova chiunque osi uscire senza le dovute difese. Ma i triestini lo sanno bene e hanno sviluppato nel tempo una vera e propria arte dell’abbigliamento invernale, fatta di esperienza, ironia e una buona dose di rassegnazione.
«Te ga messo el capel?», chiede la nonna al nipote prima che esca di casa. E se lui fa spallucce, la risposta non si fa attendere: «No xe el momento de far el mona, fora xe la bora!». Ecco che il cappello diventa un elemento imprescindibile, non solo per il calore ma soprattutto per evitare che la testa si trasformi in un iceberg ambulante. Meglio ancora se il cappello è di lana grossa e ben calzante: niente visiere leggere o berretti svolazzanti, altrimenti la bora se li porta via come coriandoli.
Accanto al cappello, c’è lei: la sciarpa, regina indiscussa del guardaroba triestino invernale. In città non si parla semplicemente di indossarla, ma di “inbarufarse”, ovvero avvolgersi fino a sembrare una mummia. La tecnica è chiara: più giri fai, meglio stai. «Me go ‘nfreddà el col, e dopo vien el mal de gola!», è il lamento più comune di chi sottovaluta la potenza del vento. Una sciarpa ben stretta è il primo baluardo contro le raffiche gelide che s’infilano ovunque, anche nei pensieri.
La bora non è solo vento: è identità. A Trieste non si combatte, si rispetta. E per rispettarla, bisogna conoscerla. Per esempio, si sa che quando soffia forte, le porte dei bar non si aprono più a caso, ma con strategia. I locali storici del centro mettono doppi ingressi, vetri spessi e tappeti che fanno da barriera. I triestini si accomodano dentro con una tazza di caffè nero bollente — rigorosamente Illy — e raccontano le ultime “sventolade” come fossero imprese epiche.
La moda a Trieste in inverno si adatta a tutto ciò. Stivali alti, guanti foderati, giacche imbottite con cappuccio e, per i più audaci, occhiali da sole contro il riverbero del sole sul mare gelato. Nulla è lasciato al caso. «Qua no xe questione de moda, xe questione de sopravvivenza», scherzano i triestini mentre si stringono nei loro cappotti, pronti a sfidare l’ennesima folata improvvisa.
Curiosamente, proprio questo clima ostile ha contribuito a cementare il carattere della gente triestina: schietta, diretta, un po’ ruvida come le raffiche che sferzano il molo Audace. Ma sotto sotto, calorosa e accogliente, proprio come una sciarpa fatta a mano da una nonna.
Quindi se venite a Trieste in inverno, lasciate perdere le mezze misure: portate cappello, sciarpa, e magari anche una buona dose di rispetto per la bora. Perché qui il vento non si ferma, si accoglie. E come dicono da queste parti: “Con la bora no se scherza, ma se pol rider!”
