Salute

Quando dentro di noi ci sentiamo “divisi”: conoscere le proprie parti con il modello IFS

A volte pronunciamo frasi come: “Una parte di me vorrebbe lasciar perdere tutto.” Oppure: “Un’altra invece mi obbliga a resistere.” E ancora: “Vorrei stare vicino agli altri, ma qualcosa mi spinge ad allontanarmi.”

Molte persone vivono questi conflitti interiori come un segno di debolezza o di confusione. In realtà, secondo il modello IFS (Internal Family Systems), è qualcosa di profondamente umano.

A parlarci dell’IFS è il dottor Andrea Maldifassi, psicologo psicoterapeuta a Milano e Monza, il quale durante le sedute con i suoi pazienti adotta abitualmente questo approccio.

L’IFS è un approccio psicoterapeutico sempre più diffuso che considera la mente non come qualcosa di unitario e rigido, ma come un sistema composto da diverse “parti interiori”. Ognuna di queste parti ha una funzione, una storia e spesso anche una buona intenzione, anche quando crea sofferenza.

Dentro di noi possono convivere parti molto diverse. C’è la parte perfezionista che pretende sempre il massimo. La parte critica che ci giudica continuamente. E ancora la parte che cerca approvazione. Quella che ha paura di essere abbandonata. E infine la parte che si chiude emotivamente per non soffrire.

Molto spesso queste parti nascono per proteggerci. Alcune si sono sviluppate durante l’infanzia o in momenti difficili della vita, quando abbiamo imparato che dovevamo adattarci, controllarci o difenderci per stare bene o sentirci accettati.

Il problema è che ciò che un tempo era una protezione, oggi può trasformarsi in rigidità, ansia, senso di colpa o difficoltà relazionali.

Come sottolinea il dottor Maldifassi, uno degli aspetti più profondi dell’IFS è che non considera nessuna parte come “cattiva” o da eliminare. Anche i comportamenti che ci fanno soffrire spesso nascondono un tentativo di proteggerci.

Per esempio: una parte molto controllante può avere paura del caos; una parte che si arrabbia facilmente può cercare di difendere una ferita più antica; una parte che evita le relazioni può temere di essere ferita ancora.

Quando iniziamo a osservare queste dinamiche con curiosità invece che con giudizio, qualcosa cambia. Si riduce la lotta interiore e aumenta la possibilità di comprenderci davvero.

Nel modello IFS esiste anche una dimensione più profonda chiamata Sé. Il Sé non è una “parte” come le altre, ma uno stato interiore caratterizzato da calma, presenza, chiarezza e compassione.

È quella dimensione che emerge quando smettiamo di essere completamente travolti dall’ansia, dalla rabbia o dalla paura. Da lì possiamo iniziare ad ascoltare ciò che accade dentro di noi senza sentirci distrutti dalle emozioni.

In terapia, il lavoro non consiste nel combattere le proprie parti, ma nel creare una relazione più sicura con esse.

Spesso le nostre parti interiori si esprimono anche attraverso il corpo: una tensione cronica alle spalle, il respiro bloccato, un nodo alla gola, la sensazione di avere sempre il corpo “in allerta”.

Per questo molti terapeuti, tra cui il dottor Andrea Maldifassi, integrano l’IFS con approcci corporei come l’analisi bioenergetica, che aiuta a riconoscere come le emozioni e le esperienze vissute si manifestino fisicamente. Quando il corpo si rilassa e ritrova spazio, spesso anche le emozioni iniziano a fluire in modo diverso.

Molte persone passano anni cercando di cambiare sé stesse attraverso il controllo o l’autocritica. L’IFS propone qualcosa di diverso: imparare ad ascoltarsi.

A volte il cambiamento più profondo non nasce dal “forzarsi a stare meglio”, ma dal sentirsi finalmente accolti dentro di sé.

E quando iniziamo a guardare le nostre fragilità con meno paura e più comprensione, anche le relazioni con gli altri cambiano: diventiamo meno reattivi, più presenti e più autentici.