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Epatite C: in Toscana trattati quasi mille pazienti in meno rispetto a primo semestre 2021

I casi di pazienti trattati per aver contratto l’Epatite C in Toscana sono in moderata diminuzione: 443 nel primo semestre del 2022, contro i 1334 dell’anno precedente. A riportare la confortante stima è la Direzione Generale diritti di cittadinanza e coesione sociale della Regione Toscana. Un dato ancor più significativo in vista della Giornata mondiale dell’Epatite (oggi 28 luglio). Il claim che la accompagna è risoluto: “L’Epatite non può aspettare”. Anche perché la patologia, che si declina in molteplici varianti, affligge oggi 325 milioni di persone nel mondo secondo i dati della Oms. Numeri impressionanti, che si traducono in un decesso ogni trenta secondi per complicanze legate alla malattia. Un modo, dunque, per richiamare l’attenzione su un tema altamente impattante per la popolazione, anche in Toscana.

“I risultati conseguiti in termini di pazienti trattati per l’epatite C – commenta Pietro Dattolo, presidente dell’Ordine dei Medici di Firenze ed epatologo – dimostrano che le campagne di prevenzione e screening hanno sortito l’effetto desiderato. Adesso resta ancora molto da fare per cercare di coprire tutto il lato sommerso di questa patologia, quello che si insinua sovente nelle situazioni di marginalità”.

Restando al focus sull’Epatite C, il decremento appare evidente: negli ultimi sette anni – dal 2015 al 2022 – in Toscana sono stati trattati 16067 casi, di cui solo 3119 nell’ultimo biennio. Una sproporzione che racconta il buon lavoro svolto a più livelli anche secondo il professor Fabio Marra, epatologo di Careggi che ha fornito alcuni dati con l’aiuto della professoressa Maurizia Rossana Brunetto, dell’Azienda Ospedaliero Universitaria Pisana. “Adesso – dice – dobbiamo monitorare sempre di più certe categorie di soggetti a rischio come i migranti, i carcerati o quelle persone in età medio-avanzata che raramente si sottopongono ad analisi. La chiave risiede sempre nell’informazione e nella prevenzione”.

Quanto all’Epatite B, i dati mostrano come essa produca per la maggior parte nuovi casi tra soggetti immigrati (specialmente da Asia, est – Europa e Africa sub-sahariana), dal momento che la campagna vaccinale di massa in Italia ha prodotto effetti significativi. L’età media, è stato rilevato, si attesta attorno ai 34 anni. In questi casi, affermano gli esperti, si rivela estremamente importante anche la vaccinazione dei parenti conviventi, considerata l’alta frequenza di trasmissibilità del virus. Un campanello d’allarme deriva infine dall’epatite Delta, virus “difettivo” che colpisce chi è già afflitto da epatite B. In Toscana, negli ultimi 20 anni, ha interessato in piccola parte anche la popolazione italiana, per la maggior parte di sesso femminile.

“Molte forme di epatite – conclude Dattolo – restano a lungo asintomatiche, prima di sfociare in complicanze anche gravi, come la cirrosi. Ecco perché prevenire è fondamentale: è necessario evitare i rapporti a rischio, porre attenzione nell’uso degli aghi ed effettuare analisi del sangue almeno una volta all’anno. Solo così riusciremo a debellare definitivamente la patologia in ogni suo ceppo, obiettivo fissato dalla Oms entro il 2030.