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Trieste, un Natale da condividere: “No stè lassarghe soli i veci”

A Trieste, città di confine e di profonde radici culturali, le feste rischiano di diventare un momento di solitudine per tanti anziani. Con l’avvicinarsi del periodo natalizio, si riaccende una riflessione urgente e necessaria: non lasciare soli i nostri vecchi. “No stè lassarghe soli i veci”, dice un antico detto triestino che tradotto suona come “non lasciate soli gli anziani”. Un invito semplice e diretto, che racchiude tutta la saggezza popolare di una comunità che ha sempre fatto della vicinanza e dell’accudimento intergenerazionale un valore profondo.

Trieste, con la sua popolazione sempre più anziana, si ritrova ogni anno davanti a un’emergenza silenziosa: quella dell’isolamento delle persone più fragili, specialmente nei giorni di festa. Molti anziani, rimasti soli per lutti, lontananze familiari o fratture relazionali, trascorrono il Natale e il Capodanno senza compagnia, in case fredde non solo per la temperatura, ma per l’assenza di calore umano.

Il fenomeno non è nuovo, ma continua a ripetersi, e richiede una risposta collettiva. Le istituzioni, dal Comune all’Azienda Sanitaria Universitaria Giuliano Isontina, fino alle realtà del volontariato locale, ogni anno mettono in campo iniziative per mitigare la solitudine, ma non possono sostituire il ruolo delle relazioni personali. È nelle famiglie, nei vicini, negli amici, nei condomini che si gioca la vera partita della solidarietà.

“Chi no ga memoria, no ga futuro”, recita un altro detto in dialetto. “Chi non ha memoria, non ha futuro”. E la memoria vive soprattutto negli anziani, custodi di racconti, identità e tradizioni che rischiamo di perdere, insieme a loro, se non ce ne prendiamo cura. Parlare con loro, coinvolgerli nei pranzi e nelle cene, accompagnarli a una messa o a una passeggiata sul Carso, può fare la differenza tra un giorno qualsiasi e una festa sentita, vera.

Le associazioni locali invitano a segnalare persone in difficoltà, ma anche e soprattutto a compiere piccoli gesti individuali: una telefonata, un invito, un dolce portato alla porta. La Caritas triestina, ad esempio, offre pranzi comunitari per gli anziani soli, ma servono volontari, serve partecipazione. Serve quel senso di comunità che in tempi difficili come questi sembra vacillare, ma che può ancora essere riscoperto proprio grazie a chi ci ha preceduto.

“Ogni vecio che se perdi xe un libro che se brusa”, si sente ancora dire nei rioni. Ogni anziano che si perde è un libro che si brucia. È tempo, dunque, di riscoprire il valore dell’ascolto e della presenza, soprattutto a Natale. Perché la solitudine non si vede, ma si sente. E nei giorni di festa, fa ancora più male.

Il Natale a Trieste può essere diverso. Può diventare l’occasione per riannodare legami, per dire “ci sono” a chi da tempo non sente più nessuno bussare alla porta. Perché, in fondo, “el ben se fa in silenzio, ma se sente lontan” – il bene si fa in silenzio, ma si sente anche da lontano.